Le donne dell’audiovisivo chiedono un codice etico

Si può partire da un punto qualsiasi. Ad esempio, tra i film che concorrono quest’anno ai David di Donatello (105) solo 8 sono diretti da donne, uno dei quali in condivisione con un uomo. Il dato, insieme a molti altri, emerge dalla mattinata Gap & Ciak Uguaglianza e genere nell’industria dell’audiovisivo, promosso da DEA (Donne e Audiovisivo) realizzato dall’IRPPS – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sostenuto da Siae e con la collaborazione di Doc/it Associazione Documentaristi Italiani, l’Università degli Studi Roma Tre, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali MIBAC, con il patrocinio di UNESCO – Roma città creativa per il Cinema.

Presenti al panel molte realtà del settore e alcune specificamente femminili come Women in Film, Television and Media Italia e Dissenso Comune in un Teatro dei Dioscuri, messo a disposizione da Istituto Luce Cinecittà, strapieno. Una platea quasi tutta di donne, se si escludono alcune qualificate presenze, come il produttore Riccardo Tozzi, Andrea Marzulli (Siae) e Daniele Archibugi, direttore dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali. Un messaggio è arrivato in apertura dei lavori da Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per le Pari Opportunità: “Lo studio rivela il perdurare di stereotipi di genere nella nostra società riguardo all’accesso al lavoro e alla parità di remunerazione – ha scritto Spadafora – occorrono ipotesi concrete per favorire il lavoro femminile e un miglioramento della Legge Golfo-Mosca per la rappresentanza femminile nelle aziende private e pubbliche (le cosiddette quote rosa, ndr)”.

Assente il sottosegretario ai Beni Culturali Lucia Borgonzoni, il cui intervento era molto atteso. Iole Maria Giannattasio, in rappresentanza del MiBAC e di Ewa, ha fatto il punto sulla situazione in campo legislativo: “Su questo argomento – ha precisato – ci siamo svegliati trascinati da Eurimages e da Ewa, la ricerca paneuropea che coinvolgeva sette paesi, tra cui Francia, UK e Svezia, mentre l’Italia non era rappresentata. Ora il MiBAC si è messo all’opera e abbiamo avuto modo di scoprire dati preoccupanti: solo il 12% dei film finanziati dallo Stato è diretto da donne, solo il 21% dei film prodotti dalla Rai è diretto da una regista, il 90,8% dei film che arrivano in sala è diretto da uomini mentre solo il 9,2% ha regia femminile”. Giannattasio indica nelle raccomandazioni del Consiglio d’Europa una strada praticabile, come pure quella segnata dalla Legge del 2016 che ha introdotto premialità nei contributi selettivi rispetto anche a questo aspetto. “Per ora arrivano poche domande a firma femminile, ma poiché con la nuova legge siamo obbligati a fare anche una valutazione di impatto occupazionale, sarà più facile per noi raccogliere dati”.

Nei primi tre anni di attività della DEA il lavoro si è concentrato sul tema degli squilibri di genere nell’industria  dell’audiovisivo (con due rapporti nel 2016 e 2019) e ha affrontato alcune questioni relative alla posizione delle donne in questo settore: dal confronto con il contesto europeo e internazionale, all’esperienza di vita delle autrici (interessanti le interviste in video, alcune delle quali proposte nell’atrio del teatro, come la testimonianza di Valeria Golino e Francesca Marciano), cercando di individuare i fattori che rallentano o impediscono l’accesso delle donne alla parte creativa e all’evoluzione del percorso professionale: circa 60 interviste sono ora visibili sul canale YouTube – DEA (https://youtu.be/Rz9CFeSFlPs).

Un aspetto importante è quello delle raccomandazioni elaborate da DEA insieme 100autori, Agici, Anica, Dissenso Comune, Doc/it, Italian Film Commission, WIFTMI). Sono sei le aree strategiche per la parità: Azioni di sistema, Finanziamenti, Raccolta dati, Formazione, Sensibilizzazione e comunicazione, Condivisione di buone pratiche. Urgente un codice etico per le imprese, contenente norme per promuovere la parità di genere; assicurare la parità nell’accesso ai ruoli di docenza all’interno delle scuole professionali del settore audiovisivo che beneficiano di finanziamenti pubblici; promuovere attraverso campagne di sensibilizzazione e comunicazione nel settore audiovisivo, dei media e della pubblicità, una rappresentazione delle donne libera da stereotipi. Afferma Maura Misiti, responsabile del progetto DEA: “Le buone pratiche funzionano anche senza fare le quote rosa”. Tema più che mai controverso e divisivo. Esistono poi le autolimitazioni e i modelli di riferimento: “Dobbiamo scardinare i paletti che abbiamo noi nella testa”, come sintetizza Domizia De Rosa di WIFTMI.

Tra le misure praticabili in tempi brevi, anche in termini di costi economici, come ha sottolineato Mariangela Barbanente, c’è proprio l’adozione di un codice etico per la protezione delle donne in ambito lavorativo e il rispetto della parità salariale. E ancora, in tema di molestie, la modifica della legge che non consente di denunciare una volta decorsi sei mesi dal reato. Per Giulia Steigerwalt (Dissenso comune): “Occorre creare consapevolezza sui comportamenti inaccettabili, prevenire le molestie e creare un movimento di persone perbene, donne e uomini”.

(cit. da Cinecittà news)